INTERVISTA AUTORE MANUEL RIGHELE
Buon sabato a tutti, quest'oggi vi propongo l'intervista che ho avuto il piacere di fare a Manuel Righele, vincitore della sezione Racconti della Prima Edizione del Premio Letterario Nazionale e Internazionale di Poesia e Narrativa "Parole a Sud-Est"
-Come ti è nata la passione per i libri?
Cercavo degli amici. Cercavo risposte. Ero introverso e il modo in cui i libri mi giudicavano era più spietato, ma anche più sincero.
-Da quando hai cominciato a scrivere?
Ho iniziato da adolescente: tenevo un diario, raccoglievo exerga, aforismi, scrivevo delle mie pene d’amore e mi scagliavo, con caustica revanche, contro un mondo che non sapeva e non poteva capirmi. Una stagione florida, poeticamente sciocca, ingenuamente autentica.
-Come si chiama il tuo racconto contenuto nell’antologia “Racconti a Sud-Est” e di cosa parla ?
Il racconto si intitola «Il miscredente» e parla di come la memoria possa salvare dall’impermanenza delle cose terrene. Al centro c’è l’incontro tra due mondi che collidono: un cuore cattolico irlandese che arde di fantasia e una restauratrice colta, musulmana, originaria di Istanbul. Attraverso lo sguardo del figlio, che scopre e raccoglie le tracce del loro passato, rincorrendo la loro storia da un palazzo Nasridi al monastero di San Gerasimo a Cefalonia, da Venezia alla Torre di O’Brien, il racconto esplora il concetto del giaour — l’infedele, il miscredente — cercando di mettere a nudo il fondo di un amore, che nell’intimità si fa sentimento del divino, dono.
-È un’opera autobiografica?
Solo il dolore è autobiografico. Uno scorcio sulle Cliffs of Moher e un’insenatura di un’isola greca appartengono a viaggi che feci insieme a mia moglie Deborah. Il resto lo ha portato il vento.
-Quali sono i tuoi autori preferiti?
Elencarli forse è ingeneroso, si rischia di non considerare tutti i propri debiti, ma direi certamente James Joyce, Herman Melville, William Faulkner, John Updike, Robert Penn Warren, Robert Louis Stevenson, Mark Twain, Nikolaj Gogol’, Vladimir Nabokov, Flannery O’Connor, Luigi Meneghello, Terry Pratchett, Jorge Luis Borges, William Shakespeare, Omero, Sofocle e l’evangelista Giovanni.
-Parlaci di Manuel al di fuori della scrittura.
«Abitare il testo»: è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo la domanda, forse perché l’analisi del discorso è stata a lungo il mio ambito di studio. Credo che l’essere umano sia, oltre che un animale sociale, come insegna Aristotele, anche un animale narrativo: vive di storie e scrive la propria storia vivendo, ovunque si trovi - al ristorante o al lavoro, su un treno o passeggiando da solo in un bosco – l’essere umano non può essere che discorso – e spesso il discorso di un altro. Per lavoro mi occupo di tecnologie della comunicazione, il che è già una piccola ironia: passo le giornate dentro la macchina che Romano Guardini indicava come l’origine dell’erosione del nostro rapporto con la realtà. Convivo con questa contraddizione senza averla risolta. Il filo che continua a guidarmi è il rapporto tra la ricerca della verità e la conoscenza di sé. Mi attira soprattutto il Foucault degli ultimi anni, quello che torna a Socrate: la verità non come qualcosa che si possiede, ma come una pratica, un modo in cui ci si prende cura di sé. So però di essere, per temperamento, più dalle parti di Guardini che di Foucault — credo, in fondo, che una Parola ci preceda. Arrivo così al paradosso della domanda - «chi sei fuori dalla scrittura» - e l’unica risposta onesta è: sono quello che oggi riesco a raccontarmi di me.
-Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto riscrivendo un testo che nel 2022 è stato segnalato alla XXXV edizione del Premio Calvino. Ho imparato che è già un miracolo se riesco a pensare ad una cosa per volta.
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